BOVISIO MASCIAGO, pagine di Storia


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emigrazione italiana

Laboratori UNITRE

Siamo il disonore, la vergogna dei governi”, cantavano amaramente gli emigranti italiani costretti a lasciare la loro terra e i loro affetti, per cercare lavoro e “fortuna” all’estero, proprio ai tempi della Belle époque. Si imbarcavano per la “Merica” (Stati Uniti, Argentina, Brasile, Canada, Venezuela) o per l’Australia, o varcavano le Alpi - anche da clandestini - diretti in Francia, Svizzera, Germania, Belgio, Inghilterra. Andavano a fare i lavori più umili e più pesanti, spesso disprezzati, insultati, criminalizzati, talvolta persino linciati.


Nel quarantennio precedente lo scoppio della Grande Guerra, in cui la ricca borghesia europea si divertiva, e la monarchia sabauda celebrava il suo trionfo a Roma nella dispendiosa costruzione del Vittoriano, la nuova “madrepatria” italiana cacciava praticamente dal Bel Paese circa 14 milioni di suoi figli, dopo averli abbandonati nella disperazione della miseria: oltre 5 milioni negli anni dal 1876 al 1900 e quasi 9 milioni dal 1901 al 1913. Una sconvolgente tragedia, che i nostri libri di scuola hanno a lungo minimizzato o nascosto, perché disturbava la mitologia risorgimentale, e che è proseguita fino ai primi anni ’70 del Novecento totalizzando oltre 26 milioni di espatri permanenti: una cifra pari all’intera popolazione del Regno censita nel 1861. Allora, “fatta l’Italia”, come disse Massimo D’Azeglio, bisognava “fare gli italiani”. Invece, l’egoismo, la prepotenza, l’insipienza e la vanagloria dei re sabaudi, dei loro governi e delle classi dirigenti borghesi portarono a “disfare” ampiamente il popolo italiano. E, come se non bastasse l’emigrazione di massa, vi si aggiunsero i massacri e le rovine di due guerre mondiali. All’inizio, erano le regioni del Nord a fornire il maggior numero di emigranti; ma poi, dopo lo sfascio dell’economia delle regioni meridionali causato dalla politica di colonizzazione dei governi “piemontesi”, la situazione si capovolse e il primato passò alla Sicilia e alla Campania. Nei primi decenni, le compagnie di navigazione organizzarono una vera e propria “leva migratoria”, con una propaganda insistente che mostrava immagini invitanti dei Paesi d’oltreoceano e prometteva facili ricchezze a chi vi si fosse trasferito. Molti vendevano tutto, o si indebitavano, per pagarsi il viaggio, anche se, arrivati a New York dopo un’orribile traversata, poteva capitargli di essere respinti, o perché ammalati, o perché analfabeti, o perché era stata già superata la quota annua di immigrazione italiana stabilita. Ma né in America né altrove i “trasmigratori” trovavano le strade “coperte d’oro”: le trovavano coperte, invece, “di pietre molto dure”, come documenta il nuovo libro di Maria Rosaria Ostuni e Gian Antonio Stella “Sogni e fagotti - Immagini, parole e canti degli emigranti italiani” (ed. Rizzoli). Ed è proprio su quelle pietre dure che molti nostri connazionali espatriati, lavorando, risparmiando e mangiando “pane dalle sette croste”, si sono fatti strada.
Nicola Bruni da La Tecnica della Scuola - 1 febbraio 2006

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Il Vittoriano (l'altare della patria) fu uno schiaffo alla miseria di milioni di italiani costretti ad emigrare dall’Italia unita, la dispendiosissima costruzione del Vittoriano, il gigantesco complesso monumentale che i Savoia fecero erigere nel centro di Roma fra il 1885 e il 1911 per glorificare il re Vittorio Emanuele II. Oggi, a quasi un secolo di distanza, la Repubblica compie un gesto concreto di risarcimento morale verso le vittime di quello spreco, collocando al suo interno - quasi un rimpatrio della patria esiliata - un Museo nazionale dell’emigrazione italiana. L’esposizione, inaugurata dal Capo dello Stato il 23 ottobre 2009, racconta fra l’altro le storie dolorose delle “carrette del mare” che trasportavano al di là dell’oceano in condizioni orribili le “tonnellate umane” dei nostri emigranti, gli innumerevoli decessi per malattie contratte durante la traversata, i tanti naufragi di navi registrate e di “vascelli fantasma” con molte migliaia di affogati. E rievoca il caso particolarmente pietoso del veliero “Matteo Brazzo”, che nel 1884, dopo un viaggio di tre mesi per raggiungere l’Uruguay con 1333 migranti e 20 morti di colera, fu crudelmente respinto a cannonate dal porto di Montevideo. A quell’epoca (la Belle époque dei ricchi), la miseria nelle campagne era così nera e senza speranza che, secondo Francesco Saverio Nitti, ai poveri si prospettava come unica via di uscita il dilemma tra diventare “brigante o emigrante”. Un rimedio temporaneo per campare la vita poteva essere la vendita di uno o più figli: “Tra Ottocento e Novecento - si legge in un’informativa del museo - i bambini erano venduti a decine di migliaia per 100 lire l’uno, a trafficanti che li rivendevano alle miniere americane, ai cantieri svizzeri, alle vetrerie francesi…”. Anche questo, è successo nella storia dell’Italia unita.
Nicola Bruni da La Tecnica della Scuola - 20 novembre 2009


PANE AMARO

QUANDO GLI 'ALBANESI' ERAVAMO NOI. Breve storia dell'emigrazione italiana negli Stati Uniti, dall'800 al 900.
I linciaggi, l'equiparazione con gli 'schiavi' neri, le condizioni di lavoro, le discriminazioni e la stampa ai tempi della grande migrazione italiana.

PANE AMARO


Ignorando la ricerca dell'audience a tutti i costi, Rai Tre ci consegna, a volte, alcune pillole di storica saggezza.
Pillole, sotto forma di documenti storici, che invitano a riflettere e a pensare perchè, come più volte si è ripetuto, una Pese senza memoria è destinato prima o poi a ripercorrere i suoi errori più tragici.
I decenni che stiamo attraversando e, più in generale, il nostro presente, pongono in primo piano il tema drammatico dell'immigrazione. La sicurezza delle città e la sicurezza personale, la paura nei confronti del 'diverso' alimentata da campagne xenofobe capeggiate dalla Lega, sono divenute nel tempo temi dominanti della nostra vita e dell'informazione televisiva e giornalistica.
Al posto di intraprendere politiche d'accoglienza e di integrazione, si è preferito criminalizzare tout-court l'immigrazione extra-comunitaria dirottando su di essa l'attenzione dell'opinione pubblica. Un calcolo politico 'perverso' che da un lato tende a ragranellare un consistente bottino elettorale e, dall'altro, ad enfatizzare diversità, conflitti culturali, scontri religiosi. In questo crogiuolo di aspre tensioni, la destra più xenofoba e razzista naviga a vele spiegate. La cosa che allora più stupisce è la corta memoria di quanti hanno dimenticato un pezzo importante della nostra storia nazionale. 27 milioni di italiani, dal 1850 e per più di un secolo, hanno attraversato oceani e continenti alla ricerca di fortuna. Partivano dal Sud come dal Nord, con le loro valigie di cartone, spesso ignorando perfino la lingua italiana e venivano accolti, in America come in Australia, come 'rifiuti umani', 'carne da lavoro', 'mafiosi' ed 'assassini'. La storia della nostra emigrazione è una storia drammatica, segnata da linciaggi, discriminazioni, razzismo: una storia segnata dalla povertà e dalla miseria, dalla mancanza di lavoro e di istruzione, dalla voglia incessante dell'uomo di migliorare le proprie condizioni di vita e di crearsi un futuro possibile e dignitoso. Nulla di diverso, dunque, e nulla di più simile al fenomeno immigratorio del mondo contemporaneo. Oggi, più ancora che nei secoli scorsi, gli uomini circolano liberamente. Le frontiere, ogni giorno di più, diventano confini virtuali tracciati sulle mappe. E il fenomeno della migrazione diventa, decennio dopo decennio, simbolo e presagio di quel mondo multietnico e multiculturale al quale dovremo abituarci. La diversità non è un handicap, non è un freno alla crescita civile, allo sviluppo economico. E la terra, così recita un antico versetto biblico, non è degli uni o degli altri. E' di tutti. Di tutti noi che viviamo la vita del pianeta. Il documento che qui presentiamo "PANE AMARO" è un piccolo capolavoro di ricerca. Il video parla dell'emigrazione italiana, dai linciaggi subiti nel profondo sud degli Stati Uniti alla vita 'pericolosa' degli italiani approdati sulle coste newyorkesi. Un gioiello perchè ci permette di riflettere sull'Italia 'povera' di pochi decenni fa. Sulle nostre miserie e povertà. E ci interroga sul come sia stato possibile dimenticare ciò che siamo stati, sul cosa siamo diventati e sul come dovremmo affrontare la 'rivoluzione' culturale che abbiamo di fronte.



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