BOVISIO MASCIAGO, pagine di Storia


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Bovisio e Masciago nel 1848

Laboratorio Storia > Il nostro Risorgimento


IL '48. CHE ANNO!


Il '48 inizia nel settembre dell'anno precedente.
Il 2 settembre 1947 insorgono i liberali di Messina. Poche ore dopo a ReggioCalabria un gruppo di borghesi e di nobili liberali con cinquecento uomini, sventolando il tricolore, occupano la città e chiedono a gran voce una Costituzione. La rivolta è ben presto sedata. Il generale Nunziante passa alla controffensiva, rioccupa la città, arresta i membri del governo appena insediato oltre ad altre 2000 persone, e dieci liberali sono subito condannati a morte e fucilati.
Le notizie di Reggio infiammano gli animi dei patrioti milanesi al punto che molte signore di Milano, per solidarietà, iniziano a portare il cappello 'alla calabrese', segno inequivocabile di patriottismo nazionale.
Il 9 settembre, sul suo diario Radestzky annota: "
Qui la nobiltà si è totalmente separata da noi, e perfino dalla corte".
L'8 settembre c'è una manifestazione patriottica a Genova e a guidarla è un giovanissimo Goffredo Mameli insieme a Nino Bixio.
Il 1° gennaio del 1848, a Parigi, Mazzini incontra Gioberti. Discutono del futuro dell'Italia ed entrambi colgono l'atmosfera che si sta creando in tutto il Paese, rimanendo in attesa di imminenti novità.
Il 7 gennaio, Cavour propone la concessione immediata della Costituzione da parte del Re. A Torino si pubblica "
Il Risorgimento". A Milano compare "Il repubblicano" seguito dall'"Operaio, Giornale democratico". Nel primo numero c'è scritto: " Cari fratelli del popolo!, Educarvi alla moralità ed all'eguaglianza è il nostro impegno... a faccia scoperta alziamo la nostra bandiera, e questa porta scritto: democrazia."
A Firenze, si stampa "
L'Alba", un giornale di unione nazionale che poi diventarà più radicale dal punto di vista sociale. Nella stessa città, in quei mesi, uscira "Il Lampione" diretto da Carlo Lorenzini il cui pseudonimo sarà Carlo Collodi.
Ma è a Milano che, il 1° gennaio, i milanesi proclamano lo sciopero del fumo. Lo sciopero ha l'intenzione di danneggiare le entrate fiscali austriache. Nel giorno di festa, al passeggio nelle vie principali, c'è qualcosa di strano: gli uomini non fumano più perchè capillarmente si era diffusa la parola d'ordine di non fumare. il 2 gennaio la scena si ripete e la polizia e i militari rispondono provocatoriamente fumando contemporaneamente due sigari e soffiando in faccia ai milanesi poderose boccate di fumo.
Iniziano gli spintoni, gli insulti. E' rivolta e Radetzky interviene. Cattaneo parlerà di sei morti tra i quali un bambino di sei anni e un vecchio di settantaquattro.
Lo sciopero del fumo è soltanto un gesto dimostrativo. Ben altro sta per arrivare!
Il 9 gennaio sui muri di Palermo appaiono manifestri che invitano alla rivolta. A Napoli il clima è incandescente: sotto una pioggia scrosciante lungo via Toledo, sfila un imponente corteo con una bandiera tricolore carbonara (celeste, rosso e nero) che chiede la Costituzione. Alla fine, Ferdinando è costretto a cedere e il 29 gennaio la concede.
Anche in Toscana, il 17 febbraio, il granduca Leopoldo, a fronte delle richieste sempre più forti dei liberali, è costretto a concedere una Costituzione e a Torino, di fronte alla medesima richiesta, si sceglie una via più diplomatica.
Carlo Alberto convoca una conferenza alla quale partecipano ministri, Consiglieri di Stato e della Cassazione, membri dell'Avvocatrura di Stato per "
riportare la calma nel paese". L'8 febbraio il re annuncia l'instaurazione di "un governo rappresentativo", la cui legge fondamentale sarà lo Statuto, redatto in lingua francese e reso pubblico il 4 marzo.
Perfino Pio IX cede e concede una Costituzione 'fantoccio' che, come dirà Benedetto Croce, sarà "
mal accozzata, un ircocervo, che stringeva insieme il voto della Camera con 'veto' dei Cardinali, la libertà di stampa con la censura ecclesiastica".

Il 22 febbraio è in fiamme Parigi. Il re Luigi Filippo è in fuga e si proclama la Repubblica. A Londra appare un opuscolo anonimo dal titolo "
Il Manifesto del partito comunista". A Venezia sono arrestati Daniele Manin e l'avvocato Niccolò Tommaseo proprio mentre a Vienna, incredibile, scoppia una rivoluzione. Metternich è in fuga e si rifugia a Londra e la notizia vola in un attimo a Milano dove, la mattina del 18 marzo, vi è una grande manifestazione al grido di "Libertà e riforme".
Intanto, a Parigi, la città è in mano agli insorti repubblicani e socialisti. Si forma un nuovo governo che proclama immediatamente il suffragio universale maschile (gli elettori passano da 250.000 a nove milioni). Al governo vi è Louis Blanc, sostenitore dei diritti civili e teorico del nuovo "diritto del lavoro" ma la contro-rivoluzione va all'attacco. Il 23 giugno interviene l'esercito con il generale Cavaignac: tremila morti, altri migliaia di prigionieri deportati.
A Vienna, intanto, fuggito Metternich, Ferdinando concede la Costituzione. Manel frattempo è Praga a ribellarsi mentre si infiamma l'Ungheria e il trono austriaco passa nelle mani del nipote Francesco Giuseppe.

A Milano, le notizie da Vienna provocano scalpore. Il 18 mattina, un'enormeo corteo con alla testa Cesare Correnti e Gabrio Casati, attraversa la città e danno l'assalto alla sede del Comune (Broletto) e alla sede del Governo in corso Monforte. Radetzky sul suo diario scrive: "
La mattina del 18 fummo colti di sorpresa. Io mi trovavo in Cancelleria con altri e dovetti fuggire a piedi fino al Castello". La mattinata è piovosa e, subito, compaiono le prime barricate con panche di chiesa, carrozze sfasciate mentre le campane suonano a martello. Con 14mila uomini, la mattina dopo, Radetzky muove dai Bastioni verso il centro ma è respinto dai milanesi che spostano rapidamente le loro forze in una sorta di guerriglia urbana e che, dai tetti, dai balconi e da ogni angolo lanciano sassi, tegole, comignoli, olio bollente. Intanto arriva la notizia che anche altre città lombarde sono insorte, che i ponti sono saltati, le strade rese impraticabili. Radetzky prima si ritira e poi si accinge a prendere d'assedio la città.
Il giorno dopo, Milano è più che mai all'erta. Alle barricate accorrono ancor più numerosi i cittadini. Si aprono le porte dell'orfanatrofio, i 'martinitt' diventano portaordini e saranno immortalati dal De Amicis nelle pagine del Cuore.
I morti si contano ormai a centinaia e Cattaneo parlerà di 335 italiani caduti, dei quali 160 sono operai e artigiani, 28 bottegai, 25 domestici, 14 contadini, tre studenti, tre ingegneri, un sacerdote.
il 21 marzo Radetzky offre un'amistizio che viene rifiutato e il 22 marzo gli austriaci sono battuti a Porta Tosa, oggi Porta Vittoria.
L'11 aprile, per "
difendere la patria", viene istituita la Guardia Nazionale.
Le armate austriache riepiegano ora oltre il Mincio con l'intenzione però, come scriverà Radetzky, di "
punire i rivoltosi".
Con le Cinque Giornate, Milano è libera. Ma la vera guerra deve ancora iniziare.

Il racconto di cui sopra è la cronaca fedele, drammatica e incalzante, di quanto avvenne in Italia nei primi mesi di quel cruciale 1848. Le Cinque giornate di Milano, le rivolte in varie parti della penisola, da Palermo a Venezia, l'adesione di contadini e letterati, borghesi ed operai, commercianti e poeti, rendono bene l'idea di quale fosse non solo la posta in gioco ma di quale portata, civile e culturale, sia stata l'adesione massiccia di ogni strato sociale alla liberazione del paese.

Le cinque giornate di Milano sono la scintilla del primo scontro armato con l'Austria: la prima guerra d'indipendenza.
Una guerra combattuta tra mille diffficoltà perchè non interviene soltanto l'esercito piemontese. All'armata sabauda si aggregano ben presto 20.000 volontari piemontesi, 10.000 romani, 7.000 toscani ed altre migliaia provenienti da ogni parte d'Italia e si aggrega, altresì, un nucleo straordinario di uomini comandato da Giuseppe Garibaldi. Il 12 Aprile, da Montevideo, Garibaldi salpa per l'Italia e centinaia sono i giovani che chiedono di combattere al suo fianco. Mazziniano, repubblicano, Garibaldi non si fa scudo delle sue idee politiche ed accetta di combattere al fianco di Carlo Alberto che lo riceve sul campo. Ma tra i due non corre buon sangue e l'antipatia di quest'ultimo, scrive Garibaldi, "
mi rese il soggiorno nella bella e patriottica città delle cinque giornate, insopportabile". Anche lo stato pontificio si muove con 10mila uomini e il re di Napoli Ferdinando II invia un contingente di 16mila soldati regolari agli ordini di Guglielmo Pepe. Complessivamente, tra regolari e volontari, gli italiani raggiungeranno la cifra di 100mila combattenti.

Le sorti della guerra, intanto, sono alterne. Carlo Alberto oltrepassa il Mincio e, l'8 e l'11 aprile, sconfigge gli austriaci a Goito e in altre città lombarde. Il 30 aprile vince a Pastrengo ma le perdite sono altissime e l'esercito si ferma di fronte a Peschiera. Mentre Radezky si muove al contrattacco, lo schieramento italiano si sfalda. Pio IX ritira le sue truppe di fronte alle richieste delle nunziature di Vienna e di Monaco e Cattaneo commenterà "
Pio IX era una favola immaginata".

Ma tra la fine di aprile e la fine di giugno è un susseguirsi di colpi di scena: la guerra al nord si accavalla con le rivolte del mezzogiorno d'Italia. Libertà, indipendenza, autonomia sono le bandiere che sventolano da un capo all'altro della penisola e che finiscono per condizionare anche l'esito del conflitto.

A Palermo, il Parlamento chiede al re di Napoli una Costituzione chiaramente autonomista, dichiara l'isola come partecipe del moto nazionale ed adotta il tricolore con il simbolo della trinacria al suo centro. Il 18 aprile, la Sicilia dichiara la decanza della dinastia borbonica. A Napoli il clima è rovente. Alla vigilia del voto per la Camera si registra uno scontro tra insorti e militari, appoggiati, questi ultimi, dalle armate reazionarie sanfediste. Francesco De Sanctis è sulle barricate con gli allievi della sua scuola ma la battaglia termina con cento morti e cinquecento feriti. L'ordine è ristabilito ma al generale Pepe, che disobbedirà, si ingiunge di far ritorno nel Regno.
Intanto, al nord, la guerra prosegue. Radezky, risalito il Mincio per prendere alle spalle l'armata italiana attestata a Peschiera, viene sconfitto il 29 maggio, per mano dei volontari, a Curtatone e Montanara.
Il 20 maggio, il governo provvisorio di Milano emana una Circolare indirizzata '
Ai Signori deputati comunali' per l'organizzazione delle Guardie Nazionali e il 15 giugno, quando già l'esercito italiano ha ceduto di fronte all'offensiva austriaca e probanilmente già si teme l'esito della guerra, un nuovo Regolamento stabilisce compiti e doveri della Guardia Nazionale a difesa della città e della sua Provincia.
Il 10 giugno, infatti, l'armata austriaca attacca Vicenza, sfonda le truppe italiane e, come birilli, tutte le città venete, tranne Venezia, cadono una dopo l'altra.
La situazione si fa drammatica e gli ordini, dalla città, attraversano l'intera regione: occorre armarsi e prepararsi all'offensiva nemica. Anche le due comunità di Bovisio e Masciago si apprestano alla battaglia finale e il 15 luglio è attivata la locale Guardia Nazionale. Il Capitano è Carlo Zari e le disposizioni sono chiare: il giorno seguente, tutti gli uomini della 'classe attiva' dovranno presentarsi in piazza della chiesa per eleggere, con voto segreto, i propri ufficiali come prescritto dal Regolamento.
Ma il tempo è ormai scaduto: a Custoza, per tre giorni consecutivi tra il 23 e il 25 luglio, 100mila austriaci si gettano sull'esercito piemontesi che viene sconfitto e costretto alla ritirata. Il 27 luglio, Radezky è pronto a rientrare in Lombardia e detta un breve Manifesto: "
La dominazione rivoluzionaria e tirannica" è terminata.
Intanto, a poche centinaia di chilometri di distanza, Carlo Alberto rientra a Milano alla testa delle truppe sconfitte. Milano lo accoglie indignata e stupita dell'esito che si sta profilando. Il re e il suo seguito sono ospitati a Palazzo Greppi, a due passi da piazza del Duomo, ma la folla che si accalca alle sue porte è inferocita. Si spara qualche colpo di fucile e i cittadini, solo per la resistenza di un piccolo gruppo di carabinieri, non riescono a raggiungere le stanze reali.
Il governo provvisorio viene sciolto e, dopo un accordo tra austriaci ed italiani, si nomina una "
congregazione municipale" il cui primo ordine è "siano sgombrate con prontezza le vie dalle barricate e che vengano ritirati dalle finestre delle case i vessilli tricolori, e levate le coccarde".
Il 5 agosto, a Vigevano, il Capo di Stato maggiore piemontese Carlo Canera di Salasco e il generale Heinrich von Hess firmano un armistizio di sei settimane, prolungabile. Il 6 agosto Radeztky entra a Milano. Il 7 agosto Carlo Alberto, con un proclama "
Agli amatissimi miei popoli" e addolorato per le "avversità" , si dichiara pronto "a nuovi sacrifizi, a nuove fatiche, a spendere la vita per la cara terra nativa".
Il 10 agosto, sempre da Vigevano, un altro proclama chiarisce ulteriormente le intenzioni. "
Confidate tranquilli nel vostre Re, scrive Carlo Alberto, la causa dell'Indipendenza italiana non è ancora perduta".

La prima guerra contro l'Austria segna così una sconfitta pesante per le ambizioni sabaude. Ma la storia è ormai in cammino e le sorprese non sarebbero mancate.





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25 Marzo Carlo Alberto entra in guerra - Archivio Zari

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Circolare sulla Guardia Nazionale del 21 maggio 1848 - Arch. Zari

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21 Maggio 1848 - Regolamento per le Guardie Nazionali - Arch. Zari

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15 giugno 1848 Regolamento Guardie Nazionali - Archivio Comunale Brescia

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15 luglio 1848 Attivazione della Guardia Nazionale di Bovisio e Masciago - Arch. Zari

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7 agosto 1848 Proclama a fine guerra di Carlo Alberto - Arch. Zari

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10 agosto 1848 - Carlo Alberto: "... la causa dell'Indipendenza italiana non è ancora perduta"

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