BOVISIO MASCIAGO, pagine di Storia


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3-La scuola post-unitaria

La scuola italiana


LA SCUOLA ELEMENTARE DALL'UNITA IN POI

La legge Casati (R.D. 13/11/1859) che verrà poi estesa a tutti gli Stati italiani parallelamente alle conquiste risorgimentali e che entra in vigore nel gennaio 1860, ha il pregio di aver saputo unificare e nazionalizzare il sistema scolastico e aver avviato la realizzazione di una cultura nazionale superando le tendenze centrifughe degli Stati annessi al Regno d'Italia.
L'istruzione elementare si componeva di due bienni (2+2) di cui il primo gratuito e obbligatorio per legge. Le materie di insegnamento erano: religione, lettura e scrittura, lingua italiana, aritmetica elementare, nozioni del sistema metrico. Nel secondo biennio si insegnavano: regole della composizione, calligrafia, tenuta dei libri, geografia, fatti salienti della storia nazionale, cognizioni di scienze fisiche e naturali applicabili agli usi ordinari della vita.
Al maestro potevano essere affidati fino a 70 allievi dei due gradi. Se il numero era superiore si nominava un "sottomaestro" al quale si affidavano allievi del primo grado. Le spese per gli insegnanti erano a carico dei Comuni e i piccoli Comuni potevano consorziarsi e non erano ancora obbligatori i registri dell'anagrafe scolastica.
I limiti di questa riforma furono: la mancanza di una forte azione per contrastare l'analfabetismo, perché nonostante il primo biennio fosse obbligatorio la mancata istituzione dell'anagrafe scolastica non consentiva il controllo sulla frequenza degli alunni; la riforma era orientata ad occuparsi degli studi superiori; era accentratrice in quanto vi era un diretto controllo del Ministro sulla costituenda organizzazione scolastica nazionale; vi furono ritardi nell'applicazione nelle province centromeridionali del regno anche per gli scarsi mezzi finanziari dei Comuni.

1861, UN REGNO DI ANALFABETI
Non tutto è così roseo, almeno nel nostro giovane stato italiano. Una frase di Massimo d'Azeglio viene citata ad ogni piè sospinto: "L'Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani". Ma forse viene tanto citata perché rispondeva al vero. Il 17 marzo 1861 la neonata Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia pubblicava il decreto con cui Vittorio Emanuele II assumeva, per sé e per i suoi discendenti, il titolo di Re d'Italia. Il baffutissimo savoiardo era re di un regno di analfabeti: l'80% della popolazione dell'Italia Unita, così risulta da un sondaggio condotto proprio nel 1861, non sapeva né leggere né scrivere.
Lui stesso, Vittorio Emanuele e anche suo figlio Umberto, si vantavano di non aver mai letto un libro. Non ne avevano bisogno! era sovrani per volontà divina. E i libri non erano necessari, gli bastavano l'ispirazione divina.

LO SVANTAGGIO DEL MERIDIONE
Il giovane Regno d'Italia stabilisce l'obbligo della frequenza scolastica gratuita. In primis la frequenza scolastica obbligatoria e gratuita è limitata ai primi due anni di istruzione elementare: leggere, scrivere e fare i conti più semplici. Ma soprattutto l'onere finanziario per l'attuazione di questa legge viene scaricato sui Comuni. E così, soprattutto nel Meridione, che intanto scontava la grave crisi economica indotta dall'abbattimento dei dazi doganali (che mandò in rovina numerosissime industria meridionali), oltre l'80% dei Comuni non attuano la legge Coppino per un motivo molto semplice: le casse erano vuote e come potevano pagare le strutture scolastiche, il personale, i maestri?
Il giovane meridionale continuò così ad essere un individuo ignorante (nel Sud in alcuni territori vi erano punte di 88% di analfabetismo totale e quindi subalterno, secondo un antico motto di cinica saggezza: "cambiamo pure tutto, purché tutto resti come prima".
La legge COPPINO ebbe però il merito di iniziare a rompere il ghiaccio: lo Stato non poteva disinteressarsi dell'istruzione. Inoltre le correnti anticlericali, abbondantemente presenti in tutto il movimento risorgimentale, iniziavano a guardare con sospetto ad un monopolio di fatto che gli ordini religiosi esercitavano in materia di istruzione
Con la legge Coppino del 1876 si volle così dare soluzione all'analfabetismo e all'insegnamento della religione cattolica.
La riforma portava a 6 anni l'età degli allievi tenuti all'obbligo. Vi era l'obbligo di frequenza del primo ciclo biennale della scuola elementare (si prevedeva una ammonizione iniziale e ammende crescenti contro i genitori che non rispettavano la prescrizione dell'obbligo scolastico).
Dopo il primo biennio obbligatorio per chi non continuava era prevista, per un anno, la frequenza delle scuole serali (nei Comuni dove venivano istituite) e per le ragazze la frequenza per un anno delle "scuole festive". Vengono inoltre istituiti i registri dell'anagrafe scolastica.
Con riguardo all'insegnamento della religione cattolica, la legge, in luogo di tale insegnamento, introduce l'insegnamento delle "prime nozioni dei doveri dell'uomo e del cittadino". In questo modo l'insegnamento della religione cattolica non era più obbligatorio ma non era impedito ai genitori di richiederne l'insegnamento.

Ma la strada da compiere per un effettivo assolvimento dell'obbligo scolastico e per un'istruzione di 'massa', nonostante i passi giganteschi compiuti in materia scolastica nei decenni precedenti, sarebbe stata ancora lunghissima.
Ancora nel 1894, nel programma di Riforma della Scuola, il ministro Baccelli così si esprimeva: "bisogna insegnare solo leggere e scrivere, bisogna istruire il popolo quanto basta, insegnare la storia con una sana impostazione nazionalistica, e ridurre tutte le scienze sotto una.........unica materia di "nozioni varie", senza nessuna precisa indicazione programmatica o di testi, lasciando spazio all'iniziativa del maestro e rivalutando il più nobile e antico insegnamento, quello dell' educazione domestica; e mettere da parte infine l'antidogmatismo, l'educazione al dubbio e alla critica, insomma far solo leggere e scrivere. Non devono pensare, altrimenti sono guai!"


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