BOVISIO MASCIAGO, pagine di Storia


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1- La scuola pre-unitaria

La scuola italiana

LA SCUOLA PREUNITARIA - cenni di storia dell'istruzione

A partire dal '700

Le prime istituzioni per l'infanzia furono le cosiddette 'sale di custodia' che sorsero in Europa a partire dal 1700 su promozione della Chiesa e dell'impegno sociale di alcune famiglie facoltose.
Funzionavano essenzialmente come opere assistenziali e di carità per supplire alla mancanza genitoriale impegnata nel lavoro in fabbrica e si diffusero dove più forte era la presenza industriale ed operaia.
Nella seconda metà del '700, periodo di transizione tra vecchio e nuovo, fra tradizione e innovazione, si manifesta un'attenzione particolare, pur carica di ambiguità e contraddittorietà, da parte dello Stato verso l'organizzazione delle scuole pubbliche, sia a livello di studi e di progetti che di interventi e di realizzazioni.
Il forte incremento demografico e l'intensa espansione economica del XVIII secolo implicano una diversa ridistribuzione del potere politico e un mutamento anche delle basi culturali della società. Se per la conservazione dei nuovi equilibri politici si afferma la soluzione accentratrice del potere nelle mani del Principe "illuminato" (assolutismo), per il rinnovamento e la modernizzazione della società, una migliore istruzione , nei suoi vari gradi, è indicata come il sentiero percorribile per creare una opinione pubblica favorevole agli indirizzi del governo (sudditi fedeli) e per sviluppare l'acquisizione di abilità, di saperi e di competenze, in modo da porre ognuno, all'interno della propria classe sociale , in grado di essere utile a sé e di conseguenza alla società. L'individuo in questo modo non si sente isolato, ma parte di un progetto comune e in grado di portare il suo piccolo contributo al bene dello Stato che si identifica nel Principe.
L'istruzione ritenuta un bene sociale si istituzionalizza come attività pubblica con i suoi luoghi (le scuole), con il suo linguaggio (la pedagogia), con le sue strutture e i suoi addetti (i maestri) e si fa sistema scolastico.
Da questo momento si può parlare di una nascente politica scolastica a favore del popolo che si svilupperà lentamente e sarà realizzata solo dopo l'unità d'Italia.

In questa nuova dimensione del potere pubblico, il conflitto con il potere della Chiesa, o con una parte di essa, è inevitabile.
L'intervento del Principe, una volta ribadito il proprio ambito di potere sul temporale e aver chiarito i confini con lo spirituale, più che alla dottrina cristiana , si oppone a certe istituzioni tradizionali, a manifestazioni di pietà e di culto non più ritenute opera di fede o di assistenza, ma forme e luoghi di inutilità e fomentatrici di superstizioni, di fanatismi, non più tollerabili in una società che, in nome della ragione ha messo al bando l'ignoranza.
Vengono di conseguenza soppressi luoghi pii, congregazioni, con i fondi dei quali sono finanziati gli interventi di attivazione o di riforma dell'istruzione scolastica, in modo che questi beni, siano effettivamente impiegati nelle finalità per cui originariamente sono sorti, cioè in opere pie: e la scuola, è ancora considerata un'opera pia. La soppressione dei Gesuiti, ammirati, temuti e odiati ad un tempo, tradizionali detentori di gran parte dell'istruzione media e superiore delle nazioni cristiano cattoliche, si trasforma in una potente accelerazione del massiccio intervento dello Stato in campo scolastico e si rivela una concausa, seppur importante e non inaspettata della riforma scolastica, che più che anticristiana si presenta come anticuriale e antigesuitica.

Il ruolo del clero subisce una riqualificazione destinata ad inculcare nella gente il rispetto per le direttive del governo. Ma per la mancanza di fondi adeguati e di personale qualificato il clero rimane, tuttavia, a dirigere e a fare scuola, anche se alle dipendenze del governo; massiccia diventa la sua presenza nelle scuole di campagna, dove ricopre quasi totalmente anche le funzioni di vigilanza e l'insegnamento diventa un'appendice del lavoro pastorale, a meno che non sia presente qualche laico disposto fra un lavoro e l'altro, a dare istruzione ai ragazzi.
In questa alleanza trono altare, almeno fino alla Rivoluzione francese e durante la Restaurazione, la religione continua ad essere il fondamento della morale e del "buon" ordine sociale ed in questo senso si rivela utile allo Stato. E' una religione che, esplicandosi in numerose forme di culto, è volta ad inculcare obbedienza e rispetto a Dio e al Principe, insieme all'accettazione del posto che la natura e la provvidenza assegna a ciascuno; "fedeli sudditi e buoni cristiani" diventa la finalità condivisa dall'istruzione scolastica e religiosa.
La scuola fine Settecento si sta ritagliando una propria autonomia e non può sottrarsi al compito di formare un modello di uomo socialmente e politicamente condiviso che non punti al rivolgimento sociale.
L'avere dei "rudimenti" di istruzione è ormai una esigenza sentita da molte categorie di persone, soprattutto del commercio, dell'artigianato, della piccola borghesia, meno dal mondo contadino che prima poteva usufruire (ma non tutti e non sempre) di un minimo di possibilità di istruzione non formale e poco strutturata.
La riforma del Settecento si rivela l'inizio di una "rivoluzione" i cui punti fondamentali sono:
il massiccio intervento dello Stato in campo scolastico.'affermarsi di una scuola distinta da quella del Latino che dà importanza alle materie "indispensabili e necessarie.nascita graduale di una classe insegnante con la presenza di laici e l'accentuarsi del divario fra gli insegnanti di campana e quelli di città. primo passo verso l'affermazione dell'obbligo dell'istruzione.

Nella prima metà dell'Ottocento, nonostante la ventata reazionaria che aveva portato al potere le vecchie classi dirigenti, andava prendendo corpo un nuovo 'progetto' sociale contrassegnato da una maggiore richiesta di giustizia e di progresso. Questo ideale di ammodernamento non poteva non coinvolgere anche l'assetto scolastico ed educativo.


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